La spondilolistesi rappresenta lo scivolamento in avanti di una vertebra rispetto a quella sottostante. Può colpire qualsiasi tratto della colonna, ma il tratto lombare è il più interessato; l’incidenza nella popolazione generale è del 5%, ma può arrivare ad interessare il 20% dei soggetti che praticano attività lavorative e/o sportive in iperlordosi o che comportano il sollevamento di pesi
Il peso corporeo che si distribuisce lungo la colona vertebrale è normalmente distribuito sul corpo vertebrale e sulle faccette articolari. Normalmente i corpi vertebrali sopportano l’80% del peso corporeo che si distribuisce da un livello vertebrale all’altro attraverso il disco intervertebrale. A causa della fisiologica curvatura in lordosi della colonna vertebrale nel suo tratto lombare, in particolare a livello degli spazi L4-L5 e L5-S1 agiscono forze dirette anteriormente, motivo per cui le vertebre hanno la tendenza a scivolare verso l’avanti. In una normale colonna vertebrale questa tendenza è compensata dall’azione dei muscoli e dei legamenti che si oppongono allo scivolamento anteriore delle vertebre lombari. In caso di spondilolistesi è presente un’anomalia, oltre che della parte ossea, anche del compartimento muscolo-legamentoso che non riuscendo più a compensare consente alla vertebra soprastante di scivolare verso l’avanti.
La spondilolistesi viene classificata secondo la classificazione di Meyerding a seconda della percentuale di scivolamento della vertebra soprastante rispetto a quella sottostante. Il grado 1 corrisponde a uno scivolamento inferiore al 25%, il grado 2 a uno scivolamento tra il 25 e il 50%, il grado 3 tra il 50 e il 75% e il grado 4 a uno scivolamento pari all’intera larghezza del corpo vertebrale sottostante.
La sintomatologia è rappresentata dal classico “mal di schiena” di tipo meccanico, che peggiora con i movimenti e migliora con il riposo, e l’irradiazione del dolore agli arti inferiori. Abbastanza frequenti sono il dolore lombare discogenico che peggiora con la posizione seduta e la flessione in avanti del tronco, il dolore faccettale che peggiora con l’iperestensione e la stazione eretta, e la claudicatio neurogena da stenosi del canale secondaria.
La diagnosi è essenzialmente radiologica. L’esame di primo livello è rappresentato dalla radiografia lombo-sacrale standard (antero-posteriore e latero-laterale) e morfodinamica (in flesso-estensione) che permette di valutare il grado della spondilolistesi e un’eventuale instabilità.
Come esame di secondo livello la TC permette spesso di individuare la possibile causa della spondilolistesi.
Infine la risonanza magnetica permette di studiare lo stato dei dischi intervertebrali, la presenza di compressioni radicolari, l’ampiezza del canale spinale e le compressioni del sacco durale.
Il trattamento della maggior parte dei pazienti affetti da spondilolistesi è di tipo conservativo. Infatti, soprattutto le forme di I-II grado rappresentano negli adulti una condizione benigna, dove la progressione dello scivolamento si ha solo nel 30% dei casi. Lo scopo del trattamento conservativo è quello di rinforzare la muscolatura del tronco per ridare stabilità alla colonna e rieducare il paziente a mantenere una postura adeguata. In fase acuta, quando il quadro clinico è dominato da un’intensa lombalgia, la terapia si basa su un adeguato periodo di riposo associato alla somministrazione di farmaci antinfiammatori e miorilassanti.
Nei casi in cui i trattamenti conservativi e la ginnastica muscolare non abbiano apportato alcun beneficio è necessario un intervento chirurgico di artrodesi. L’approccio classico per il trattamento della spondilolistesi e della instabilità segmentaria è rappresentato dal posizionamento di viti transpeduncolari e dalla fusione. Quest’ultima è ottenibile mediante il posizionamento di protesi in titanio (cage) per via posteriore (PLIF o TLIF), laterale (XLIF) o anteriore (ALIF).
In caso di approccio anteriore (ALIF), eseguibile sullo spazio L5-S1, o laterale (XLIF), eseguibile sugli spazi L2-L3, L3-L4 e L4-L5, l’inserimento della cage viene fatto prima dell’inserimento delle viti peduncolari. I vantaggi di queste due modalità di approccio sono quella di ottenere un maggior grado di lordosi per quanto riguarda l’ALIF e correggere delle deformità in scoliosi sul piano coronale per lo XLIF. La cage di dimensioni maggiori rispetto a quella di PLIF e TLIF permette inoltre di ottenere una maggior tasso di artrodesi, inoltre, combinando questo approccio con un approccio posteriore di tipo percutaneo che non richiede lo scollamento della muscolatura paravertebrale, anche tempi più rapidi di ripresa.
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